La guerra fra Stati Uniti e Iran è entrata in una fase diversa. Washington ha ridotto il ricorso alla forza militare e tenta di trasferire lo scontro sul terreno dove ritiene di possedere la superiorità più schiacciante: finanza, commercio, trasporti, energia, controllo delle transazioni internazionali. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha dato un nome solenne a questa offensiva: Operation Economic Outcast, operazione «paria economico». Donald Trump usa una formula ancora più bellicosa: Economic D-Day.
L’obiettivo americano non è semplicemente imporre qualche sanzione aggiuntiva a un Paese che ne subisce da decenni. È tentare di avvicinarsi a un embargo globale, costringendo banche, compagnie di navigazione, società tecnologiche, commercianti di oro, intermediari delle criptovalute e soprattutto acquirenti di petrolio a scegliere: o l’Iran o l’accesso al sistema economico americano. Il paradosso è che Washington promette di recidere «ogni ultima linea di vita» dell’economia iraniana, ma per ora evita di colpire con la massima forza quella più importante: la Cina.
È una nuova fase della guerra perché arriva dopo sei mesi nei quali la potenza militare non è riuscita a produrre una conclusione politica. Stati Uniti e Iran non hanno raggiunto un accordo stabile sulla riapertura dello Stretto di Hormuz,




