di federico thoman
«Il poker è un gioco d’abilità che finge di essere un gioco di fortuna», recita una nota massima su uno dei giochi di carte più diffusi al mondo. La partita diplomatica che si svolge a Islamabad tra americani e iraniani – con i secondi che ancora temporeggiano sul sedersi o meno al tavolo – si avvicina allo «showdown», la scadenza odierna del cessate il fuoco. A poker non contano (soltanto) le carte che si hanno ma soprattutto la capacità di scrutare i segnali dell’avversario per capire fino a dove è disposto a puntare. Peraltro, la metafora delle carte in mano è cara a Trump: il 28 febbraio 2025, quando ricevette e (con Vance) umiliò Zelensky nello Studio Ovale, una delle sue frasi rivolte al presidente ucraino rimaste impresse è: «You don’t have the cards», non hai le carte. Proprio ieri, inoltre, lo speaker del Parlamento di Teheran e l’uomo forte dei pasdaran Mohammad Ghalibaf ha detto di avere in serbo «altre carte» qualora il conflitto dovesse riprendere. Un bluff? Per alcuni analisti, purtroppo, presto lo scopriremo.
Buona
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