
Oggi il metallo giallo sembra meno sensibile di una volta ai rialzi dei tassi reali e questo ha messo a dura prova i vecchi modelli di valutazione. Forse le cose cambieranno con il ritorno di un tempo meno inflazionistico.
Per chi lo ammira dietro le teche dei musei, nelle maschere di Tutankhamon o di Agamennone, l’oro pare davvero immutabile. E lo è. Ma se gli mettiamo l’ultima maschera, quella ultra moderna di asset finanziario, il cambiamento è all’ordine del giorno. La prima grande stagione (1834-1971) è quella guidata dagli accordi di Bretton Woods: un dollaro valeva una determinata quantità d’oro. Dopo il metallo giallo è stato libero di fluttuare. Come le azioni, le obbligazioni e i sempre più numerosi strumenti che affollano i mercati.
Ne sono scaturite almeno tre fasi di rialzo, nota sul Financial times Bhanu Baweja. L’ultima è cominciata nel 2018 e potrebbe non essere ancora finita, nonostante gli ampi su e giù degli ultimi mesi. Con un ulteriore grande sommovimento da registrare, che è la «rottura» di una certa correlazione con i tassi di interesse. Nei primi due decenni degli anni Duemila, spiega Baweja, se i tassi reali americani si spostavano dell’1 per cento, l’oro si muoveva




