Nessuno si aspettava un terremoto di questa violenza», precisa subito Fabio Florindo, presidente dell’Ingv, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Come mai una sorpresa, dopo che nel vicino Venezuela in giugno c’è stata un’ecatombe?
«È vero. La terra trema di frequente e purtroppo la zona è critica lungo tutta la costa ovest del Sudamerica. Ma dal 1950 a oggi nel raggio di 250 chilometri dall’epicentro attuale si sono registrati soltanto due sismi di uguale o maggiore intensità. Quindi vediamo questo evento come un terremoto anomalo».
Secondo il servizio geologico degli Stati Uniti la profondità in cui si è scatenato è intorno a cento chilometri. Questo non dovrebbe aiutare a limitare gli effetti?
«Anzi, al contrario: più l’origine è profonda più accade che le onde si trasmettano con maggiore efficacia negli strati geologici raggiungendo anche distanze lontane. Così è stato anche ieri».
Ma che cosa è successo nel sottosuolo per arrivare a una magnitudo tanto elevata?
«La situazione di quel territorio è complessa perché la placca di Nazca che arriva dall’area dell’oceano Pacifico sprofonda sotto l’America meridionale alla velocità media di 8 centimetri all’anno, con fasi più lente e momenti accelerati ancora più rischiosi. Ciò provoca un accumulo di energia che prima o poi si deve




