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Tata Sons, l’impero industriale indiano conteso fra manager e famiglia azionista. Il ruolo di Modi e gli effetti su Iveco

di Francesco Bertolino

La banca centrale indiana ha obbligato il colosso proprietario di Jaguar e Air India a quotarsi in Borsa. La famiglia Tata è contraria, ma il board sta con il presidente che è anche alla guida dell’acquirente dell’azienda italiana

Uno scontro senza precedenti fra una delle famiglie più ricche del mondo e i suoi manager, un obbligo di quotazione in Borsa imposto dalle autorità, l’ombra di una macchinazione del governo per prendere il controllo. Sono gli ingredienti della saga politico-finanziaria che sta sconvolgendo Tata Sons, il principale gruppo industriale indiano che, attraverso una delle sue oltre 100 controllate, si appresta ad acquistare l’azienda italiana Iveco. 

Cosa fa Tata Sons

Nato nel 1868 come azienda tessile, Tata Sons è oggi attivo in 150 Paesi nelle industrie più disparate: acciaio, auto di lusso, tè, utilitarie, telefonia. Le sue controllate hanno nell’insieme un giro d’affari di oltre 180 miliardi di dollari e 26 di loro sono scambiate in Borsa con una capitalizzazione complessiva di oltre 300 miliardi. La holding Tata Sons, al contrario, è da oltre 150 anni in mani private, controllata per il 66% da fondazioni filantropiche che fanno capo alla famiglia Tata. Presto, però, potrebbe esser costretta

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