
di Marco Imarisio
La storia del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Da sempre scettico sugli Usa (dove ha vissuto per 17 anni), ora ha l’esecutivo Trump come interlocutore. Da anni è diventato la voce dura di Putin. Eppure, c’è stato anche un altro Lavrov, e forse c’è ancora
L’ultima volta che Sergey Lavrov era sbarcato in America, aveva scelto con cura il guardaroba. Anchorage, agosto 2025, il famoso vertice che doveva decidere tutto e non portò a nulla. Lui scese dall’aereo indossando una felpa bianca con la scritta CCCP, l’acronimo cirillico dell’Unione Sovietica, davanti ai fotografi basiti. A chi gli chiese cosa si aspettasse dal vertice tra Putin e Trump, rispose con l’aria di chi si annoia: «Non facciamo mai previsioni. Abbiamo i nostri argomenti». La Nbc gli chiese se la felpa fosse un messaggio. «Siamo nati in Unione Sovietica», fu la replica.
Ieri il ministro degli Esteri russo è atterrato ad Atlanta per la riunione dei capi della diplomazia del G20. È l’ultima tappa prima del vertice dei leader che Trump ospiterà a dicembre nel suo resort di Doral, a Miami. Ancora un abbigliamento casual, con tanto di jeans. I visti sono arrivati all’ultimo momento,




