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Se i registi italiani sono ripiegati sul proprio privato

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Eravamo il cinema che faceva orogliosamente i conti con la politica, la società, il passato e il futuro pur parlando del presente. Ora sono i registi stranieri a mostrare le sollecitazioni del reale

Ogni volta mi chiedo quale sia l’atteggiamento migliore per andare incontro al Festival di Venezia. Non che i suoi competitor chiedano atteggiamenti molto diversi, ma qui si gioca in casa e il fattore «tifo» ha il suo peso, come sui campi di calcio.

C’è un’attesa, c’è un’aspettativa che si può toccare e pesare. Torna Nanni Moretti dopo 37 anni di «esilio» cannense e c’è già chi dice che il Leone d’oro non potrà che essere suo.

E l’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci (The Echo Chamber) che la commissione ministeriale aveva bocciato negandogli i fondi ma che la Mostra mette in concorso? E come mai Amelio e Martone sono fuori concorso? E le registe donne che nel concorso hanno solo un posto su 21? E questo? E quello?

Non vorrei essere nei panni del direttore costretto a interpretare di nuovo San Sebastiano trafitto da tutti (anche da me, non lo nego). E allora meglio abbassare i toni e tacitare il tifo, e per cercare di capire

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