di Ferruccio de Bortoli
Cgil, Cisl, Uil e le associazioni datoriali trattano nuove regole per misurare la rappresentanza e contrastare i contratti che penalizzano i lavoratori. Sul tavolo anche rinnovi più rapidi e tutela del potere d’acquisto
La sintesi politica — un po’ brutale lo riconosciamo subito — è una sola. Se si vuole cominciare veramente a combattere alcuni salari da fame, inaccettabili in un Paese civile, non bisogna riconoscere come interlocutori affidabili le rappresentanze sindacali o datoriali che firmano «contratti pirata». Soprattutto nei servizi, nel commercio e nel turismo, cioè là dove si crea la nuova occupazione. Sono questi i settori che trainano quel dato del tasso di occupazione, al 63% in agosto, di cui giustamente va fiero il governo. Il Terziario copre una quota superiore al 70% del valore aggiunto della nostra economia. Una produttività bassa e le tante dispersioni del mercato del lavoro sono fattori che deprimono le retribuzioni. Cause strutturali, d’accordo. Ma vi dovrebbe essere, per chi fa dumping sul lavoro, anche un costo reputazionale. Questo costo non c’è perché la frammentazione e l’opacità fanno comodo a molti. Soprattutto in chiave politica (il contrasto alla triplice sindacale) ed elettorale (piccoli bacini di consenso).




