
di Stefania Ulivi
La regista di «Tano da morire» torna a Venezia, alle Giornate degli autori con «Scarpe rotte». «Una sola collega in gara? Dobbiamo occupare ruoli strategici e ottenere stessi budget»
«Venezia è il luogo di approdo dei miei film, fin da Tano da morire. C’è un filo rosso che si rinnova, sono felice che la tradizione continui». Nel 1997 Roberta Torre vinse il premio per la miglior opera prima con il suo musical tragicomico ambientato tra i vicoli della Vucciria, passato alla Settimana della critica. Ci torna tra poche settimane con Scarpe rotte, titolo di apertura delle Notti veneziane della sezione Giornate degli autori (in programma dal 2 al 12 settembre). Protagonista una Barbara Ronchi nella Roma della II guerra mondiale, in dialogo con un’altra donna, Mersila Sokoli, in un’atmosfera sospesa tra memoria e sogno. È prodotto da Faber Produzioni, Stemal Entertainment, Draka Production con Rai Cinema.
Da cosa nasce?
«È ispirato molto liberamente dal racconto autobiografico di Natalia Ginzburg, Scarpe rotte. Mi ha affascinato l’idea delle scarpe come luogo dove si concentrano simbolicamente i pensieri, le paure e anche come oggetto di attrazione. Una fenomenologia che mette al centro il rapporto tra due donne




