
di Farid Adly
Undici persone isolate, le lezioni in videoconferenza per non perdere l’anno scolastico e l’ambasciatore Usa chiamato in causa per i doppi passaporti
Tra pochi giorni, il 9 di ottobre, saranno due mesi che le tre famiglie palestinesi di Qusra sono sotto assedio. All’inizio di agosto, un gruppo di coloni aveva issato una tenda, un avamposto fisso a 20 metri dalle loro case.
I coloni hanno iniziato ad attaccare le finestre con pietre e incendiato i terreni agricoli. Poi hanno tagliato i tubi dell’acquedotto e i fili dell’elettricità. Il 9 agosto, l’esercito israeliano è intervenuto, dichiarando i luoghi «zona militare chiusa». Il sindaco, Abdel-Azim Wadi, dice al Corriere di aver fatto allora un respiro di sollievo, «ma poi mi sono ricreduto. La zona era chiusa soltanto ai palestinesi e non ai coloni. Per rimuovere l’avamposto illegale c’è voluto l’intervento dell’ambasciatore statunitense».
L’intervento dell’ambasciatore si era reso necessario perché alcuni dei palestinesi assediati hanno la nazionalità statunitense. Loay Abu Rida è tornato dal Michigan, per difendere la sua casa e famiglia. Per rimarcare la sua determinazione a non abbandonare la casa ai coloni, ha alzato la bandiera a stelle e strisce sul tetto della villetta.




