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Quando la polizia è costretta a sparare a un cane: cosa dice la legge e cosa andrebbe fatto prima

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di Serena Palumbo

I recenti casi di cronaca hanno riacceso il dibattito. L’avvocata Giada Bernardi: «Quando si arriva all’abbattimento spesso è il segnale di un fallimento sul piano della prevenzione»

È di pochi giorni fa l’ennesimo episodio di cronaca che riaccende il dibattito sull’abbattimento degli animali in situazioni di emergenza. Per salvare una donna aggredita da un pitbull, gli agenti della polizia sono intervenuti con le armi di ordinanza, uccidendo il cane. È accaduto a Barano d’Ischia, in località Schiappone: un provvedimento estremo, consentito dalla legge solo in circostanze ben precise. 

A chiarire il quadro normativo è Giada Bernardi, avvocata del foro di Roma e fondatrice dello studio legale GiustiziAnimale, specializzato nella tutela degli animali. «La tragica vicenda – spiega Bernardi – che culminata con l’amputazione di un arto per la proprietaria del cane e l’abbattimento dell’animale, impone una riflessione profonda sulla gestione delle emergenze cinofile e sulle responsabilità di sistema». Dal punto di vista giuridico, precisa l’avvocata, l’intervento degli agenti trova fondamento nell’articolo 54 del codice penale, che giustifica la condotta di chi agisce per salvare sé o altri da un pericolo attuale di danno grave alla persona. «In una situazione di “codice rosso” – prosegue

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