
di Lorenzo Cremonesi
La stima di uno storico anti-Cremlino: una recluta russa al fronte sopravvive mezz’ora, 30 mila perdite al mese
Cosa farà Vladimir Putin a fronte dell’evidente fallimento della sua campagna militare contro l’Ucraina? La domanda è lecita, specie all’incalzare dei raid di droni ucraini sempre più al cuore del sistema energetico e militare nemico. E le risposte variano dalla possibilità di una mobilitazione di massa, che andrebbe inevitabilmente a intaccare gli equilibri interni della società russa, all’eventualità che Putin, messo alle strette, possa minacciare di ricorrere all’arma atomica. Non sarebbe la prima volta: già al momento delle grandi controffensive ucraine dell’ottobre-novembre 2022, quando per un attimo parve che Volodymyr Zelensky potesse vincere soltanto a pochi mesi dall’inizio di quella che il presidente russo minimizzava chiamandola «operazione militare speciale», dal Cremlino erano giunti segnali minacciosi di un possibile passo del genere. Furono necessari i colloqui ad Ankara tra l’allora capo della Cia, William Burns, e quello dei servizi di intelligence esterni russi, Sergey Naryshkin, per scongiurare l’escalation nucleare.
Ieri il presidente russo, riconoscendo i gravi problemi di approvvigionamento di carburante generati dagli attacchi ucraini, ha istituito una task force per garantire le forniture. «Siete ben consapevoli




