
di Greta Privitera
È il riconoscimento di una vita trascorsa a usare il diritto contro chi del diritto ha fatto uno strumento di repressione. Ha combattuto la pena capitale e l’obbligo del velo, due architravi del potere iraniano
Ha una voce sottilissima, sembra quella di una bambina. Arriva sempre in messaggi vocali brevi, cauti. Arriva da Teheran. Nasrin Sotoudeh, 63 anni, avvocata dei diritti umani, non ha mai davvero smesso di parlare. Nemmeno quando le dicono che non può farlo, perché rischia un nuovo arresto.
Al tuo nome, nei messaggi, aggiunge spesso «joon». «Cara», «caro». È un vezzo persiano, una forma di tenerezza, ma pronunciato da Sotoudeh sembra anche una piccola ostinazione civile, il modo di ricordare l’umanità dell’altro quando a lei cercano continuamente di sottrarla.
Risponde sempre. A ogni domanda. A ogni saluto. E, se una risposta non può darla, trova comunque il modo di dire ciò che pensa, restando – per quanto possibile – sul confine sottile della legalità imposta dalla Repubblica islamica.
Oggi ha ricevuto il Premio Václav Havel per i diritti umani, assegnato dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. È il riconoscimento di una vita trascorsa a usare il diritto contro chi del diritto ha fatto uno strumento




