di Fausta Chiesa
Tabarelli (Nomisma Energia): «La finanza finora ottimista si accorge che la chiusura dello Stretto sarà più lunga». Villa (Ispi): «Il dato dell’Eia Usa certifica che manca petrolio. Gli Stati Uniti sono l’ultimo grande mercato aperto, ma fino a quando?»
Il petrolio balzato a oltre 125 dollari al barile meno di due giorni dopo l’annuncio degli Emirati Arabi Uniti di uscire dall’Opec e dall’Opec Plus da domani, primo maggio, proietta il mondo verso una crisi energetica più grave. Dopo i massimi raggiunti nella notte, nella tarda mattinata di giovedì il Brent si è raffreddato sui 116 dollari, mentre gli Usa aspettano per venerdì una nuova proposta di Teheran: ma la situazione resta fortemente instabile.
Quand’anche i Paesi produttori estraessero di più e volessero immettere più greggio sui mercati internazionali – come è l’obiettivo di Abu Dhabi che per questo esce dall’Opec – il prezzo del barile non scenderebbe. Il motivo principale è lo stallo che della crisi in Medio Oriente e la chiusura di Hormuz. «Il balzo – spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia – è dovuto alla constatazione che la durata della chiusura sarà più lunga di quanto inizialmente previsto con i prezzi




