
Si erano tanto amati. Poi è iniziata l’invasione di migranti a Ceuta. E Mette Frederiksen, caso né unico né raro nella sinistra europea, ha fatto scoppiare i socialisti, scegliendo di schierarsi al fianco di Giorgia Meloni nella difesa dei confini. E del «patrimonio culturale cristiano» del continente, di cui le due leader di Danimarca e Italia, in un messaggio congiunto all’indomani dello scontro sulla sospensione di Schengen tra Roma e Madrid, si sono proclamate «orgogliose». Pur provenendo da storie e schieramenti diversi.
La mossa ha spiazzato il Partito socialista dell’Ue, che ha reagito con una missiva di doglianze al suo presidente, l’ex premier svedese Stefan Lofven, firmata dal numero due dell’Europarlamento, lo spagnolo Javi López, e dal responsabile Esteri del Pd, Peppe Provenzano. I quali hanno definito «inaccettabile» la decisione di Frederiksen di «allinearsi, in modo coordinato, alla presidente del Consiglio italiana». Ma le ragioni di Copenaghen vanno ben oltre le appartenenze politiche. Sui migranti, la socialdemocrazia del Paese scandinavo si gioca parecchio.
La convergenza strategica tra Copenaghen e Roma sui rimpatri
La sua svolta securitaria era iniziata da prima delle elezioni di marzo, che hanno sancito la riconferma di Frederiksen, ancorché indebolita. Nel suo discorso di Capodanno, il primo



