
di Giulia Taviani
Nonostante la doppia somministrazione del farmaco letale, Christa Pike è sopravvissuta all’esecuzione. Secondo alcuni esperti, potrebbe essere dovuto alle «infiltrazioni endovenose»
Due dosi di pentobarbital e almeno sette diversi aghi sono stati utilizzati durante l’esecuzione di Christa Pike, iniziata e poi fallita mercoledì 30 settembre. Nonostante la massiccia somministrazione del farmaco letale, Pike non è morta, seppur in condizioni critiche: mai nessun altro era sopravvissuto all’iniezione letale, tanto che ci si è chiesto come sia stato possibile.
Perché è accaduto?
Mentre il governatore del Tennessee, Bill Lee, affida a terzi un’indagine, il New York Times cerca di ricostruire la dinamica affidandosi a medici esperti. Secondo loro, il farmaco somministrato a Pike – un potente sedativo che rallenta le funzioni dell’organismo, tra cui il sistema nervoso – si è «riversato nei tessuti circostanti i punti di inserimento anziché entrare nel flusso sanguigno».
Una fuoriuscita di questo tipo può aver provocato «ustioni chimiche», motivo per cui Pike ha lamentato bruciore al braccio durante l’esecuzione. «In sostanza le hanno iniettato candeggina nei tessuti del braccio» ha dichiarato al giornale il dottor Joel Zivot, che pur non avendo partecipato all’esecuzione, ha potuto studiare la cartella clinica di Pike.




