Home / Economia / Pensioni, perché si prende sempre meno e si lavora più a lungo: cosa è cambiato dal 1992 a oggi

Pensioni, perché si prende sempre meno e si lavora più a lungo: cosa è cambiato dal 1992 a oggi

di Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Dal sistema retributivo, che poteva garantire fino all’80% dello stipendio, alle riforme Amato, Dini e Fornero. Come sono cambiati il calcolo degli assegni e l’età pensionabile, perché l’invecchiamento della popolazione pesa sui conti e quanto si perde con i nuovi coefficienti del 2027

Ogni due anni, in Italia, arriva un decreto che quasi nessuno legge ma che decide quanto varrà il lavoro di una vita. Non annuncia tagli espliciti, non introduce nuove tasse e raramente provoca grandi discussioni politiche. Eppure modifica la percentuale con cui i contributi versati durante decenni di lavoro si trasformano in pensione. L’ultimo, pubblicato dal ministero del Lavoro, entrerà in vigore il 1° gennaio 2027. E ancora una volta, a parità di contributi accumulati e di età, l’assegno sarà più basso. Per capire perché accade, però, bisogna tornare indietro di oltre trent’anni. A quando la pensione italiana era costruita su una promessa diversa: garantire al lavoratore, una volta lasciato il lavoro, un reddito legato agli stipendi degli ultimi anni di carriera.

Da allora quella promessa è cambiata. Prima è stato modificato il modo di calcolare l’assegno. Poi sono aumentati gli anni necessari per ottenerlo. Infine, è diventato automatico

Tagged: