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Parkinson: perché suonare la batteria aiuta i malati nei movimenti

di Cesare Peccarisi

La musica crea una base ritmica che attiva i circuiti neuronali coinvolti nell’elaborazione motoria: bene anche la danzaterapia o i cosiddetti esercizi «compito-specifici»

Paolo, un batterista boomer colpito da Parkinson giovanile da una decina d’anni, ha fatto emozionare con le vibrazioni delle sue percussioni gli 800 neurologi riuniti nell’Auditorium del Palacongressi di Rimini per il 12° congresso nazionale della LIMPE-DISMOV dove il giovane musicista si è esibito insieme alla sua band come testimonial per la malattia di Parkinson, riuscendo a stupire con la sua bravura anche gli addetti ai lavori.

La «neurogamia» descritta da Sacks

Già 10 anni fa Oliver Sacks aveva raccontato nel suo libro Musicofilia di un incontro organizzato a New York da un batterista affetto da sindrome di Tourette, un altro disturbo del movimento caratterizzato da incontrollabili tic improvvisi, anche vocali. Come raccontava il grande neurologo americano, quel batterista, oltre a non aver presentato il minimo cenno ticcoso durante tutta la sua esibizione, aveva esercitato sui presenti, ognuno affetto dal proprio personale tic, una sorta di magia che, al sopraggiungere delle vibrazioni dei tamburi, faceva fondere tutti i loro disturbi in una perfetta sincronia perché si sposavano col ritmo dettato dall’artista, un fenomeno

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