L’America intesa come opinione pubblica, elettorato, ha già dimenticato la guerra in Iran tre mesi fa, non fosse per il prezzo della benzina, che ora dovrebbe scendere. L’America degli esperti dice: non è finita qui. Una prima rassegna di reazioni sugli annunci venuti da Washington, Teheran, Islamabad è dominata dallo scetticismo.
L’annunciato accordo tra Stati Uniti e Iran divide gli osservatori americani di politica estera, ma nessuno è veramente convinto, ancor meno entusiasta. C’è chi lo considera una tregua necessaria dopo quattro mesi di guerra; chi lo vede come una capitolazione mascherata; chi teme che Donald Trump stia ripetendo gli errori di Barack Obama; e chi, al contrario, ritiene che l’intera guerra sia stata un errore fin dall’inizio. Al di là delle differenze, c’è un dato comune: nessuno considera il memorandum d’intesa annunciato dal presidente americano come una vera pace.
Tra le voci più critiche figura Eli Lake, veterano del giornalismo di politica estera e firma di The Free Press. A suo giudizio Trump celebra come una vittoria un’intesa che non risolve nessuna delle questioni fondamentali che avevano giustificato l’intervento militare. Non esiste ancora un trattato, né un accordo definitivo. C’è soltanto un memorandum che concede sessanta giorni




