
di Matteo Persivale
Un presidente ossessionato dal proprio nome e dal «woke»
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK – «Il prodotto è il nome». Molti anni fa, prima del reality show che lo lanciò verso la presidenza degli Stati Uniti, tra una bancarotta e l’altra dei suoi business (ma non rischiava mai soldi suoi), Trump rivelò il segreto del suo successo: il marchio è suo, le varie attività e i vari prodotti — casinò, alberghi, golf club, università, bistecche, vodka, acqua minerale, la lista è lunghissima — generalmente non lo sono. Ma conta il nome, il resto è un problema del licenziatario. L’anno prossimo saranno 40 anni dall’uscita del suo L’arte di fare affari (tradotto in Italia presso Sperling & Kupfer), nel quale spiega con chiarezza che «la chiave del modo in cui faccio promozione è la spavalderia. Gioco con le fantasie della gente… La gente vuole credere che ci sia sempre una cosa più grande, più spettacolare».
«Brander in chief»
Karoline Leavitt, la portavoce che ha appena lasciato la Casa Bianca, l’ha definito «brander in chief» giocando sul ruolo di comandante in capo delle forze armate: è il creatore di brand in capo. Per questo regolarmente cambia i nomi




