
di Simone Canettieri
La premier: non decido la strategia sulla base dei legami personali
Dai rapporti complicati con Donald Trump al mito di Giorgio Almirante, dalla sezione-palestra di Colle Oppio alla stanza dei bottoni di Palazzo Chigi. Giorgia Meloni si racconta al premio Pulitzer del New York Times Roger Cohen in una lunga intervista-ritratto, punteggiata qua e là da voci fuoricampo (giornalisti, colleghi di partito, studiosi, oppositori).
Tasselli di un puzzle usati per raccontare la premier alla vigilia del record repubblicano di longevità del suo governo, ma anche la «melonizzazione» della destra italiana. Intesa, scrive il giornalista, come «l’intorpidimento di una storia orribile» a favore «dell’accettazione da parte del mainstream attraverso un conservatorismo pragmatico». Ne esce fuori uno schietto manifesto identitario dell’ex ragazza cresciuta nel quartiere della Garbatella, che sembra anche un monito nei confronti dell’avanzata di Roberto Vannacci. Dice Meloni: «Ciò che mi ha portato qui è stato il coraggio di schierarmi dalla parte scomoda della storia». E a proposito del fascismo aggiunge: «È una storia particolarmente complessa». Tutto diventa così iper politico in questo long form. Anche la vita personale della premier («È impossibile farmi dire qualcosa in cui non credo: il mio cervello




