di Margherita De Bac
Lo scrittore: «I felini manifestano la loro superiorità su di noi. Sanno che gli siamo utili per aprire scatolette con il pollice, altrimenti ci avrebbero già annientato». «Più sono grandi, più sono gentili. Non come gli uomini»
Maurizio De Giovanni, scrittore capace di scalare in fretta le classifiche, come mai i gatti non compaiono mai nei suoi libri?
«Il gatto non può essere raccontato, è sempre diverso, difficile da tipizzare. Il cane al contrario è più narrativo, specie quando lo presenti come cagnone».
Allude a Boris, il bovaro del bernese che trascina dietro di sé il «povero» ispettore Pardo, il più maltrattato dei suoi personaggi?
«Il Boris dei miei libri ha una forza bruta, ingovernabile, difficile da addestrare. Ho conosciuto questa razza per strada, accarezzando quelli che incontro».
Eppure lei si è felicemente accasato con quattro gatti ed è in attesa del quinto. Probabilmente li ha in braccio anche mentre scrive. Non entrano mai nelle sue pagine?
«Non prendo mai ispirazione da me stesso. L’autofiction è il serio problema della letteratura italiana. Le storie degli altri sono molto più interessanti della mia».
Allora parliamo dei suoi magnifici quattro.
«Cominciamo dal Ragdoll, Elvis. È una razza




