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Lorent Saleh, oppositore di Maduro: «Il destino del Venezuela è nelle nostre mani. Io in cella per quattro anni senza processo, ho perdonato il regime per tornare libero»

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di Paolo Giordano

L’oppositore di Maduro: «Il chavismo ci ha reso un Paese reazionario»

Sono stato in Venezuela una volta sola. Era l’estate del 2000, avevo diciassette anni e quello era il mio primo viaggio fuori dall’Europa. Chávez era stato eletto da poco e il Venezuela sembrava ancora normale. Negli anni, da lontano, l’ho guardato sprofondare. L’idea di tornarci è diventata poco opportuna, poi sempre meno plausibile. Ma adesso Lorent Saleh mi dice che sarebbe questo, finalmente, il momento. Per vedere la transizione del Paese, per sentirne l’energia liberata.

Lui ci è tornato pochi mesi fa, subito dopo il terremoto. Non vedeva il suo Paese dal 2014. C’è stato dentro, geograficamente, per quattro anni, ma chiuso nelle prigioni raccapriccianti di La Tumba e El Helicoide. Da lì era stato messo su un aereo ed esiliato in Spagna.
«Ero a Bruxelles il giorno del terremoto, a parlare di tortura al parlamento europeo (tortura alla quale Saleh è stato sottoposto metodicamente durante la detenzione e di cui non gli chiederò, nda). Ho visto le immagini del terremoto. Mi sono sentito asfissiato. Ho preso un aereo da Madrid a Bogotà, poi ho viaggiato via terra fino alla frontiera. Con la paura

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