di Rita Maria Stanca
In Italia solo l’8% condivide il compenso con i colleghi, ma la direttiva Ue impone la svolta entro il 2026. Tra gap di genere e ritardi digitali, ecco come le aziende devono cambiare cultura e processi per non farsi trovare impreparate
In Italia, c’è qualcosa di cui si parla meno che della salute o della politica: lo stipendio. Mentre la vita privata è sempre più esposta sui social, la busta paga resta un segreto ben custodito. I numeri di una recente indagine di Sesame Hr descrivono un’opacità radicata: il 51% dei lavoratori confida il proprio compenso solo al partner e appena l’8% accetta di confrontarsi con i colleghi. Tuttavia, questa cultura del silenzio sta per scontrarsi con la realtà normativa. Con l’avvicinarsi della scadenza di giugno 2026 per il recepimento della Direttiva Europea 2023/970, la trasparenza salariale non è più una scelta etica, ma un requisito legale imminente che costringerà le aziende a ridisegnare i propri modelli organizzativi.
Il paradosso italiano tra gap e partecipazione
L’urgenza della direttiva trova conferma negli ultimi dati Eurostat (2025): in Europa, il divario retributivo di genere si attesta all’11,1%. Ma è il dato italiano a mostrare le




