
Vivere nella stessa casa, condividere le spese e prestare assistenza ogni giorno non è sufficiente per ottenere i permessi previsti dalla Legge 104. Serve anche un rapporto familiare, di parentela, di affinità o affettivo riconosciuto dall’ordinamento.
A ribadirlo è la Corte di Cassazione, con l’ordinanza numero 10976 del 24 aprile 2026, tornata al centro dell’attenzione in questi giorni. La decisione interessa non soltanto i caregiver, ma anche lavoratori dipendenti, famiglie, aziende, responsabili delle risorse umane e consulenti chiamati a verificare i requisiti prima della presentazione della domanda.
Il principio affermato dai giudici è netto: la semplice coabitazione non può essere equiparata alla convivenza di fatto prevista dalla legge. Per accedere ai permessi 104 non conta soltanto chi presta materialmente l’assistenza, ma anche quale relazione esista tra il lavoratore e la persona con disabilità grave.
Il caso della lavoratrice che assisteva il cugino del marito
La vicenda esaminata dalla Cassazione riguardava una lavoratrice che, tra il 2007 e il 2011, aveva utilizzato i permessi retribuiti per assistere il cugino del proprio marito. L’uomo, affetto da una grave disabilità, viveva nella stessa abitazione ed era inserito nel medesimo nucleo familiare.
Il beneficio era stato successivamente revocato perché il rapporto tra la dipendente




