
di Marco Cremonesi
La richiesta in cambio del sì alla legge elettorale. Stallo sulla proposta di Zaia di una svolta nordista
ROMA – Matteo Salvini al Viminale. Lo chiede la Lega, corale. In cambio della legge elettorale. Accade in un Consiglio federale peraltro difficile. Certo, resta da capire cosa ne pensi Giorgia Meloni. E magari anche il presidente della Repubblica Mattarella. Ma un punto politico del genere può anche trarre in inganno su un partito che ieri si è dimostrato diviso, a tratti anche rancoroso al suo interno. E che presto potrebbe diventare diverso da quello fin qui conosciuto.
Perché il gran consiglio leghista è teso, il presagio sul volo «degli stracci» si avvera. Matteo Salvini entra scuro in volto e ne esce ancor più cupo. La discussione si infiamma, le tre ore filate saranno anche state «un utile sfogatoio» come dice qualcuno. Ma sulla scena ci sono nordisti contro sudisti, salviniani contro governatori, chi parla di Vannacci e chi gli dice «anche basta».
Il punto di caduta su cui tutti si trovano d’accordo è: Salvini deve tornare ministro dell’Interno. Subito, presto, prima delle elezioni qualunque sia la data: «Sarebbe utile anche a Giorgia Meloni




