(Questo testo è apparso sulla newsletter Global, di Federico Rampini: per riceverla basta iscriversi qui)
Essendo alla vigilia di viaggi in Europa e da lì a Hong Kong, sono costretto a declinare una serie di inviti per manifestazioni di promozione del made in Italy che si accavallano qui a New York nei prossimi giorni. E’ un crescendo, questa primavera 2026 è segnata da un attivismo rafforzato delle nostre imprese e delle loro associazioni qui negli Stati Uniti.
Non c’è da stupirsi. Chi si occupa non di ideologie ma di cose concrete, come i nostri imprenditori e manager, sa bene che l’America rimane un mercato trainante, la cui importanza è perfino accresciuta dalla debolezza di tanti altri mercati. I dazi di Trump non sono un ostacolo insormontabile, e vanno messi nel contesto di quel che accade altrove: l’Estremo Oriente (Cina Giappone Corea) torna a usare la svalutazione competitiva, il Golfo è meno spendaccione per ovvie ragioni, in Europa i consumi ristagnano.
Provate per un attimo a immaginare che Trump non esista… Lo so, è un esercizio sovrumano. Meno arduo però, se ci si concentra sullo stato dell’economia americana. Piuttosto buono, lo confermano i dati che trovate citati qui sotto.




