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L’addio a Khamenei tra dolore e propaganda: «Morte a Usa e Israele»

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di Greta Privitera

Trump: «Potrei uccidere i loro leader riuniti, ma mi servono». Invitati da 70 Paesi, nessuno dall’Ue. Attese 15 milioni di persone nei prossimi cinque giorni

Alle quattro e mezza del mattino Teheran è già sveglia. Davanti alla Grande Moschea di Mosalla, uomini con il turbante e donne con il chador nero si stringono sui marciapiedi dove hanno passato la notte, per essere sicuri di entrare appena i cancelli si aprono. Mosalla è uno spazio aperto, una spianata di portici e pilastri. Al centro è stato montato un palco drappeggiato di verde, che oggi è un altare di legno e vetro. La bara di Ali Khamenei è avvolta nella bandiera iraniana, chiusa in una teca; appena sotto le casse degli altri familiari uccisi nel raid del 28 febbraio. Uno striscione riporta un versetto del Corano, «alzatevi per Allah», mentre le prime voci ripescano lo slogan di sempre: «Morte all’America, morte a Israele».

Le cronache parlano di diecimila persone già dentro nella prima parte della mattinata, uomini a destra e donne a sinistra, seduti a terra, gambe incrociate. I canti religiosi si alternano all’inno nazionale e alle lodi per i martiri. Ci si batte il petto,

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