La rivoluzione dell’intelligenza artificiale cambia il lavoro, ma non nel modo previsto. Negli ultimi anni il dibattito sull’intelligenza artificiale è stato dominato da una previsione: milioni di posti di lavoro sono condannati. Gli esseri umani saranno rapidamente sostituiti da algoritmi sempre più sofisticati. Era una narrazione alimentata sia dagli entusiasmi della Silicon Valley sia dai timori dei sindacati e di molti economisti. Oggi, almeno negli Stati Uniti, i fatti raccontano una storia più sfumata.
La distruzione di occupazione annunciata non si è materializzata. Anzi, in diversi settori accade l’opposto. Molte grandi imprese americane, dopo avere congelato le assunzioni nell’ultimo anno, stanno tornando sul mercato del lavoro. Hanno scoperto che l’AI non elimina il bisogno di lavoratori qualificati. Per sfruttarla davvero servono ancora competenze umane.
Le due tendenze emergono con chiarezza da due ricerche diverse ma convergenti. Da una parte Google, proprietaria di Gemini, ha analizzato milioni di interazioni anonime con i propri strumenti di AI. Dall’altra il Wall Street Journal ha raccolto le testimonianze di amministratori delegati e dirigenti delle maggiori imprese americane. Arrivano a una conclusione simile: nella fase attuale, l’intelligenza artificiale sta aumentando la produttività delle persone molto più di quanto le stia sostituendo.
Lo studio




