
Il racconto della partigiana Lea Gariazzo: «Abbiamo pagato, tanto, per aiutare anche voi ad avere la libertà. Ma se oggi non vi interessa, vi ritroverete a passare quello che abbiamo già passato»
Per tutta la vita Lea Gariazzo (Ponderano, Biella, 1924) si è mossa con la sua bicicletta. Sia per andare a votare, il 2 giugno 1946, quando per la prima volta le donne poterono accedere ai seggi, sia per spostarsi durante la Resistenza e portare i «bigliettini». Ha 18 anni quando entra nella 50ª brigata Garibaldi Nedo: il suo compito è quello di portare documenti e stampa clandestina (che nascondeva sotto la sella della sua bici) e piccoli biglietti (che teneva in bocca così da poterli ingerire in caso di perquisizione da parte dei nazifascisti) che aveva il compito di nascondere negli spogliatoi maschili del lanificio Rivetti, dove lavorava. Nella sua brigata Lea incontra anche il futuro marito, il partigiano «Zambo», sopravvissuto alla campagna di Russia. Oggi, in occasione del 25 aprile, dice: «Vede le mie maniche? Noi ce le siamo tirate su per togliere il fascismo di mezzo, per mettere le cose a posto. Abbiamo pagato, tanto, per aiutare anche voi ad avere




