
di Paolo Mereghetti
Il coreano Na Hong-jin bilancia la tensione delle scene violente con la farsa
Alla fine ti accorgi che sono gli alieni ad assomigliare agli umani (e non solo perché il loro sguardo finisce per svelare i volti delle star che sono stati rielaborati dalla «performance capture») mentre gli umani rischiano di sembrarci sempre più alieni, stravolti da un’aggressività (e una stupidità) che scena dopo scena cancella quello che può farceli riconoscere come nostri simili.
Il mondo che il regista coreano Na Hong-jin ci racconta con Hope ha qualcosa di sconcertante e di sorprendente ma soprattutto di irriconoscibile: la paura ha trasformato le persone e se è vero che all’inizio del film dobbiamo fare i conti con la devastazione che sta causando una misteriosa entità (devono passare 49 minuti, dei 157 totali, per vedere per la prima volta chi fa così paura), più la trama avanza più viene da pensare che forse i veri alieni siamo noi.
E questo spostamento progressivo di significati non riguarda solo invasi e invasori, è tutto il film che non vuole essere afferrato e sfugge continuamente da ogni possibile catalogazione.
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