
di Paolo Mereghetti
Il regista Premio Oscar Alejandro G. Iñárritu critica l’Occidente. Ma è un attacco confuso e populista
La falsa coscienza dell’uomo occidentale sembra essere diventata l’ossessione di Alejandro G. Iñárritu, a cui due Oscar, per Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza) e per Revenant – Redivivo sembrano aver cancellato ogni dubbio e senso del limite. Con Bardo, la cronaca falsa di alcune verità metteva in discussione le certezze dell’intellettuale messicano premiato dalla stampa yankee realizzando una specie di autodafé che spaziava dai ricatti di Hollywood alle malefatte dell’imperialismo fino alle colpe verso i figli e all’horror vacui.
Adesso con Digger, torna a riflettere sull’argomento, con più ambizione (non è più il singolo a essere messo in discussione ma tutta la civiltà occidentale) e con più sfrenato narcisismo.
Pesantemente caricaturato da un trucco prostetico, Tom Cruise è Digger Rockwell, il dispotico magnate di un’industria petrolifera, la cui insensibilità ecologica sta per essere discussa e giudicata da un tribunale mondiale.
Sul banco dei testimoni, per l’accusa, c’è anche il suo ricercatore e braccio destro nello sfruttare le risorse naturali Ganesh (Riz Ahmed), mentre a dargli man forte arriva persino il presidente degli Stati Uniti Compson (John Goodman,




