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La pagella del Mereghetti, «Antartica – Quasi una fiaba»: drammi e scoperte in una prigione di ghiaccio (voto 7)

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di Paolo Mereghetti

L’esordio dietro la macchina da presa di Lucia Calamaro, regista e autrice teatrale, sorprende per l’originalità dell’ambientazione. Ma c’è più ambizione intellettuale che cuore

Otto persone chiuse in un laboratorio dell’Antartide, la base Sidera, l’unica italiana tra la settantina di installazioni che si occupano di ricerca scientifica al polo Sud.

La prima qualità di Antartica – Quasi una fiaba, debutto alla regia cinematografica dell’autrice teatrale Lucia Calamaro è proprio l’originalità dell’ambientazione: otto persone in un luogo dimenticato da tutti dove il tempo sembra essersi fermato perché non ci sono «distrazioni» ma tutto continua a ripetersi sempre uguale a sé stesso, affogato in un nulla indistinto come quella infinita distesa di ghiaccio che la macchina da presa percorre all’inizio del film e dove non ci sono punti di riferimento, ma solo la sensazione di un’interminabile, eterna sospensione.

Nella base è appena arrivata una nuova scienziata, Maria (Barbara Ronchi), criogenetista e glaciologa di vaglia, il cui compito è studiare le «carote» di ghiaccio che, a seconda della profondità da cui sono state recuperate, permettono di analizzare campioni di aria risalenti a migliaia di anni prima perché «imprigionata» da allora nel ghiaccio.

Affiancherà l’altra glaciologa

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