
La Corea del Sud, il Paese che ha trasformato internet in un’infrastruttura nazionale, la cultura pop in una potenza geopolitica e i social in una gigantesca macchina di esportazione della propria immagine, ora prova a fare un passo ulteriore: decidere per legge dove finisce la libertà online e dove comincia la disinformazione.
Dal 7 luglio entrerà in vigore la revisione dell’Act on Promotion of Information and Communications Network Utilization and Information Protection, ribattezzata dai media coreani «fake news law». Il nome ufficiale è lungo, burocratico, quasi inoffensivo. L’effetto politico, invece, rischia di essere enorme. Perché la norma nasce per combattere le notizie false, i contenuti manipolati, la disinformazione prodotta per fare soldi o per colpire qualcuno. Ma, secondo critici, associazioni civiche, giornalisti e una parte dell’opinione pubblica sudcoreana, può trasformarsi in qualcosa di molto più delicato: uno strumento capace di raffreddare la critica, intimidire i media, obbligare le piattaforme a cancellare prima ancora di capire e spingere i creator all’autocensura.
La questione non riguarda soltanto Seoul. Riguarda tutti. Perché la Corea del Sud è spesso il laboratorio anticipato del nostro futuro digitale. Quello che accade lì, dal 5G alla K-pop economy, dall’e-commerce al rapporto simbiotico tra smartphone, piattaforme e vita



