
di Francesco Battistini
Per i giudici del tribunale penale internazionale l’ex presidente incarcerò senza motivo 385 serbi, rom e oppositori politici albanesi, ne trattò 49 «in maniera crudele», ne torturò di 303, ne uccise 96 nei campi di detenzione del Kosovo e del nord dell’Albania.
«Giudicare me è un’ingiustizia», ci disse un giorno.
Mancava qualche mese al processo e in un salone di Pristina, i marmi tirati a lucido, un impeccabile abito presidenziale, Hashim Thaci si mostrava certo di venire assolto. Si stava dimettendo da presidente, un lavacro politico: «Vado all’Aia, perché noi non siamo come i serbi e accettiamo i tribunali. Ma qui siamo all’assurdo: le vittime vengono equiparate ai carnefici. É come mandare alla sbarra gli ebrei, anziché i nazisti…».
Dopo sei anni nello stesso carcere olandese che deteneva Ratko Mladic, dopo tre anni d’interminabili udienze, il padre-padrino del Kosovo s’alza in piedi, s’abbottona la giacca e ascolta i giudici della Corte penale internazionale che lo condannano: 25 anni. Ha una smorfia di disgusto, scuote la testa, si risiede. Le occhiaie di chi sente su di sé lo sguardo della storia: «Per tutta la vita – è stata la sua ultima dichiarazione in aula,




