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Israele, il no degli ultraortodossi a Netanyahu. Eisenkot ha i numeri, Herzog aspetta

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di Francesco Battistini

Il presidente deciderà domenica tra incarico all’opposizione e governo di unità nazionale

DAL NOSTRO INVIATO
GERUSALEMME – No, Tony, oggi no. A un certo punto delle consultazioni per il nuovo governo israeliano, quando dalla residenza brutalista del presidente Isaac Herzog esce la delegazione degli ebrei ultraortodossi ed entra quella dei partiti arabi, proprio davanti alle grandi vetrate dipinte da Reuven Rubin s’infila sorridente e sornione «il Cheshire Cat» della politica mediorientale, come lo chiama la stampa londinese: Tony Blair, che su questi rami s’appollaia sempre, uguale allo Stregatto di Alice nel Paese delle meraviglie. L’ex premier inglese deve vedere Herzog. E parlargli delle meraviglie del Board of Peace for Gaza. Ma non è giornata e gli concedono solo qualche minuto di cortesia: gli haredim lituani han detto che non sosterranno più Netanyahu, gli arabi han ripetuto che loro ci stanno solo se non ci sarà Netanyahu e insomma perfino le sette vite del gatto Netanyahu, stavolta, sembrano assottigliarsi.

Bibi è più debole. E se non è una fiaba, Gadi Eisenkot vede già la fine del rivale e il lieto fine per sé. Al secondo round di colloqui coi determinanti partiti minori, sotto gli occhi dei familiari

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