
di Greta Privitera
Nel cuore del regime teocratico si sta consumando uno scontro sul controllo del potere. E l’assenza di un leader alimenta le faide interne. In questa fase Ghalibaf è il capo operativo, ma le decisioni dipendono da una babele di voci
Mentre lo si attende a Islamabad con un aereo da Teheran che non decolla, Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e capo della delegazione negoziale, provoca Donald Trump su X, usando la sua stessa formula. «Venderanno la guerra come scusa per rendere di nuovo grande cosa?», scrive, storpiando lo slogan del presidente americano «Make America great again» . «Non partiamo, devono cambiare le condizioni sul tavolo», ci dice una fonte vicina ai negoziati. Il team iraniano non arretra di un passo e continua a mettere gli americani davanti a un muro compatto, quasi impenetrabile.
Faide interne
Ma questa rigidità non nasce solo dalla sicurezza di avere in mano la carta dello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia da cui passa il destino del petrolio mondiale. Affonda anche nelle faide interne che hanno lacerato il regime dopo l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei. Da una parte ci sono gli intransigenti, in uniforme o comunque orbitanti




