
di Greta Privitera
l regime parla di Paese compatto e minaccia nuovi raid nel Golfo
A Teheran la guerra sfila lenta, nel traffico del centro, agganciata ai mezzi militari che trascinano grappoli di palloncini bianchi e rosa, mentre sui marciapiedi i bambini mandano baci alle spose, con i veli di pizzo stretti sul volto. Poco più in là, accanto ai blindati addobbati per le nozze, compaiono missili dipinti negli stessi colori, rivolti verso Tel Aviv.
Gli ayatollah organizzano matrimoni collettivi per centinaia di giovani coppie che aderiscono a programmi statali e dichiarano la propria disponibilità al sacrificio nel conflitto contro Usa e Israele. Ci si sposa, si sorride alle telecamere, si promette amore e insieme fedeltà e martirio, in una sovrapposizione distopica tra vita privata e lealtà politica, dove anche il «sì» dei «sì» finisce per appartenere alla narrazione del potere.
Le cerimonie, trasmesse in diretta tv, servono a costruire l’idea di un Paese compatto e pronto a resistere. E la sera quella stessa immagine si prolunga nelle strade e torna nelle piazze che si riempiono di nuovo, tra bandiere, slogan e richiami all’unità nazionale. Sotto gli sguardi dei defunti del sistema, da Ali Khamenei




