di Gustavo Ghidini
Privacy, messaggi illleciti, concorrenza, uso pericoloso dell’Ai: serve più severità nel giudicare e sanzionare i comportamenti scorretti delle big tech. Le multe, da sole, non bastano
Dal mondo dei Big Tech ora alla corte di Trump, spirano da tempo verso l’Europa venti ostili (anche) rispetto al regime dell’informazione digitale. Nel mirino sono le norme Ue, dal Regolamento a difesa della privacy (Gdpr) a quelli (Dma, Dsa, Ai Act) che disciplinano organizzazione, dotazioni di controllo interno, obblighi di comportamento pro-concorrenziale degli operatori, specie dei maggiori (gatekeepers), e che pongono altresì limiti a «usi» delle tecnologie, soprattutto quella dell’Ai, ritenuti pericolosi per i cittadini e la comunità.
Le critiche Usa insistono sul mantra: «Quelle regole (che si applicano, come noto, a prescindere dalla ubicazione degli operatori) frenano lo sviluppo della innovazione e limitano la libertà di espressione». Queste critiche — a gran voce espresse dai Big Tech e anche da pezzi da novanta dell’amministrazione Usa — hanno un parziale fondamento, ma nell’insieme vanno respinte al mittente. Da un lato, sono del tutto «sproporzionate»: buttano il bambino di difese irrinunciabili con l’acqua sporca di eccessivi adempimenti burocratici. Dall’altro, l’alibi della libertà di espressione è tanto falso quanto




