di Fabio Savelli
Il capo della ricerca AI di Salesforce, Silvio Savarese, unico italiano nel comitato dell’Onu: ai robot mancano i dati dell’esperienza fisica. La svolta sarà assistere le persone senza intimidirle. E servono controlli indipendenti
Prima di diventare un collaboratore domestico, un umanoide deve fare qualcosa che un bambino comincia a fare dalla nascita: imparare come funziona il mondo. Guardare, toccare, scoprire che un oggetto è duro oppure morbido, che una superficie scotta, che qualcosa continua a esistere anche quando scompare dalla vista. Prima delle parole viene l’esperienza. Ed è proprio questa, nella corsa a dare un corpo all’intelligenza artificiale, la risorsa più difficile da procurarsi.
Il profilo
Silvio Savarese conosce questa frontiera da entrambi i lati: quello della ricerca e quello dell’industria (ne abbiamo scritto qui). Oggi è Executive Vice President e Chief Scientist di Salesforce AI Research; prima ha insegnato a Stanford, occupandosi di visione artificiale e robotica. Ha conseguito il dottorato al California Institute of Technology e nel 2024 è stato incluso da Time tra le cento personalità più influenti dell’intelligenza artificiale. Dal 2026 fa parte del panel scientifico internazionale indipendente sull’AI delle Nazioni Unite. È sposato con Fei-Fei Li, una delle pioniere dell’AI contemporanea:




