
Il 27enne difensore del Tolosa ha spiegato quel rito ormai usuale: “Invita tutti a capire cosa rappresenta questa squadra. È amore, è stare insieme, è accogliere tutti”
Per raccontare gli Usa del soccer, una banda che elettrizza una nazione in questa estate 2026, non c’è solo la scarica di energia rock data dal campo, ma la mistica fuori. È tutto in una immagine teatrale e ripetuta sempre dopo il fischio finale, quando le telecamere stanno già per staccarsi, ma poi finiscono sempre lì: i giocatori americani si stringono in un grande cerchio a centrocampo, abbassano la testa e per un tempo corto il rumore dello stadio sembra spegnersi. La preghiera di squadra è diventata uno dei simboli più emotivi dell’USMNT, sigla usata qua che sta per United States Men’s National Team, ma ancora di più dell’identità costruita da Mauricio Pochettino. Dopo la vittoria con la Bosnia, che ha spalancato gli ottavi e continuato a nutrire questo “American dream”, il rito si è ripetuto ancora una volta. Al centro, come da tradizione, Mark McKenzie, col ruolo di predicatore, che si inginocchia e parla brevemente ascoltato da tutti. Il 27enne difensore del Tolosa, che in questa Coppa del Mondo ha avuto




