Non c’è solo il blocco «virtuale» di Hormuz da parte del regime di Teheran, a cui risponde l’embargo della U.S. Navy sulle petroliere iraniane.
Nella partita strategica del Golfo arabico-persico gli Stati Uniti hanno risfoderato un’arma antica e tradizionale, quella delle sanzioni economiche. Ora devono decidere in quale misura applicarla contro un attore decisivo: la Cina.
Sullo sfondo c’è la visita di Stato di Donald Trump a Pechino, fissata per il 15 maggio, e nella quale la guerra in Iran sarà in cima alle preoccupazioni del padrone di casa, Xi Jinping. Dopo un primo rinvio, la data di metà maggio era stata scelta affinché il summit si tenesse a guerra conclusa. Ora sembra improbabile che lo sia. Né si può escludere un nuovo slittamento del vertice tra i due leader più potenti del mondo.
Intanto gli Stati Uniti intensificano gli sforzi per tagliare la più vitale fonte di finanziamento dell’Iran, che è proprio il suo commercio petrolifero segreto con la Cina. Un ecosistema economico che, partito da dimensioni modeste, è arrivato a convogliare verso Teheran decine di miliardi di dollari all’anno.
Mentre Washington cerca di strangolare l’Iran con blocchi navali e intercettazioni di petroliere, negli ultimi giorni ha




