
di Serena Palumbo
Il giornalista e scrittore: «Se si vuole davvero salvaguardare la specie bisogna regolare il rapporto con il territorio. La domanda è semplice: il numero dei lupi presenti è equilibrato o eccessivo?»
Il primo impulso è stato quello di fuggire. «Non si può vivere qui, me ne vado, ho esagerato, ho sbagliato, sono stato oltranzista. La natura è meravigliosa, ma troppo dura, esigente». Così Michele Serra ha inizialmente reagito alla morte del suo cane Osso, sbranato dai lupi a duecento metri da casa, nell’Appennino piacentino. Una perdita raccontata nella newsletter Ok Boomer! de Il Post, dove il giornalista ha ricordato come l’amico a quattro zampe — protagonista anche di uno dei suoi libri — «già due anni fa l’aveva scampata per un soffio». Questa volta, però, non c’è stato nulla da fare. «La sera del primo maggio Osso fiutava il terreno davanti casa, si dev’essere allontanato fino ai confini del campo di erba medica e c’erano i lupi. La predazione è stata istantanea e implacabile».
Scoperta che ha scosso profondamente Serra. «Come mi sento? Come uno che ha pagato un tributo alla natura: meravigliosa, ma dura», confida al Corriere con voce commossa il giornalista e scrittore. E sulla




