
di Matteo Persivale
L’aumento del prezzo medio del piatto messicano fa emergere le fratture tra i repubblicani: dal carovita alla guerra in Iran. Interviene anche Vance
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK – Il burrito è una semplice tortilla di farina di grano, morbida, arrotolata e farcita di carne, fagioli, riso e formaggio. Un caposaldo della cucina messicana sempre geniale nel nobilitare piatti «poveri». Ma anche l’umile burrito, nel clima attuale dell’America che litiga su tutto, diventa un campo di battaglia. E il dibattito politico negli Stati Uniti — forse perché a destra si preferisce parlare di tutto tranne che di Hormuz — trova punti di scontro ormai imprevedibili: è bastato che Andrew Kolvet, il portavoce di Turning Point Usa (l’organizzazione fondata dal povero Charlie Kirk), condividesse la lamentela di uno studente universitario secondo il quale il carovita rende proibitivi perfino i cibi più semplici. «Uno dei nostri affiliati mi ha spiegato il suo punto di vista sull’accessibilità economica: “Un burrito non dovrebbe costare 20 dollari”. È vero, in gran parte si tratta dei postumi dell’inflazione dell’era Covid-Biden, ma sembra che le cose normali costino sempre troppo».
Una banalità? Sì, ma la questione del burrito da venti dollari (17,30




