di Cesare Peccarisi
Sempre più pazienti vivranno con le sequele croniche dell’ictus e, se non crescerà un sistema per far fronte a questo fenomeno, ne saremo travolti
«Avevo vent’anni, ma nessuno dica che è stata l’età più bella della mia vita», diceva lo scrittore francese Paul Nizan. Uno studio dei ricercatori dell’Università di Cincinnati diretti da Emily Fisher pubblicato su Neurology sembra dargli ragione. Dall’inizio del millennio, tra le persone di vent’anni si sta infatti verificando un aumento del rischio di ictus, pericolo che si mantiene fino ai 54 anni.
In calo i decessi
In compenso, i decessi a un mese dall’ictus risultano diminuiti: sia perché l’organismo dei giovani è più reattivo di quello degli anziani, sia per lo straordinario progresso nei trattamenti degli ultimi anni. Progressi sia farmacologici, come l’impiego dei trombolitici tipo rTPA entro tre ore dai primi sintomi, sia assistenziali con il ricovero nelle Stroke Unit, le aree di degenza correlate ai Pronto Soccorso e ai reparti di Neurologia ormai diffuse in tutta Italia, dove vari specialisti coordinati dal neurologo fanno superare ai pazienti il momento critico.
Un nuovo fenomeno
Tutto questo sta generando un nuovo carico assistenziale che ricadrà sul Servizio sanitario nazionale




