di Sara Gandolfi
Nel quartiere di San Paolo dove il presidente uscente lavorava in fabbrica, tra vecchi amici e avversari insospettabili verso il voto di domenica
DALLA NOSTRA INVIATA
SAN PAOLO – «Quando eravamo in fabbrica Lula mi chiamava Topo Gigio. Ma tu hai orecchie molto più grandi delle mie, gli rispondevo io». Juno Rodrigues Silva, detto «Gijo», scoppia in una risata e s’accascia sulla poltroncina di casa, a São Bernardo do Campo, sobborgo operaio di San Paolo. Qui ha vissuto tutta la vita e ha conosciuto il suo «amico fraterno» Luiz Inácio Lula da Silva, «fin dal 1969, quando insieme iniziammo a combattere le prime lotte sindacali nella Grande Abc», il polo metalmeccanico più importante del Brasile.
Gijo assemblava prototipi di auto alla Karmann-Ghia. Lula era tornitore meccanico alle Indústrias Villares. «Andavamo a dormire a mezzanotte e ci alzavamo alle quattro per correre ai cancelli della fabbrica, prima dell’inizio del turno, per parlare agli altri operai. Così siamo riusciti a rovesciare il regime militare». Poi, alla sera, si ritrovavano a bere cachaça e a discutere di politica, «fino a notte fonda».
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