
di Silvia M.C. Senette
Per Süd-Tiroler Freiheit l’edificio è «un tempio fascista che andava abbattuto anni fa». Anderlan ha esulato per il crollo. Il vicepresidente della Provincia Galateo: «Vergognoso alimentare l’odio». Urzì (FdI): «Riprendere le attività»
Il crollo del corpo centrale del Palazzo di Giustizia ha sventrato un edificio e riaperto una faglia mai sanata nel tessuto politico ed etnico altoatesino. Se il collasso della struttura ha fatto sfiorare una strage, scampata per miracolo e per orario, l’inagibilità del tribunale ha innescato un dibattito radicale sul suo destino: ricostruire la struttura o raderla al suolo?
La questione è sfociata in un — atteso — scontro identitario. Il palazzo, realizzato tra il 1939 e il 1956, costituisce un imponente esempio di razionalismo fascista eretto nell’ambito del programma di italianizzazione della città nuova: eredità che per la destra separatista tedesca rappresenta un relitto intollerabile, tanto da spingere Jürgen Wirth Anderlan a definire il crollo «una bella giornata per l’Alto Adige» e il leader della Süd-Tiroler Freiheit, Sven Knoll, a invocare la demolizione di «un tempio fascista che andava abbattuto anni fa».
«Inaccettabile alimentare l’odio etnico»
Ventiquattr’ore dopo, la destra italiana e le istituzioni provinciali respingono l’offensiva blindando



