di Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Dalla moda al turismo, dall’energia alle assicurazioni: le temperature record cambiano consumi e investimenti e presentano alle imprese un conto sempre più salato. Ecco chi ci perde e chi ci guadagna
Il caldo è entrato nei conti delle aziende europee. Non più soltanto come rischio da indicare nei rapporti sulla sostenibilità o come eventualità eccezionale da mettere in conto, ma come variabile capace di spostare vendite, fermare cantieri, aumentare i costi e modificare gli investimenti. Nelle ultime settimane, secondo i dati AlphaSense raccolti dal Financial Times, termini legati al caldo estremo, alla siccità e agli incendi sono comparsi nelle conference call sui risultati di una società europea su dieci tra quelle con una capitalizzazione superiore al miliardo di dollari: la quota più alta mai registrata.
In pratica, un numero crescente di imprese ha già cominciato a comportarsi come se il vecchio calendario climatico non fosse più abbastanza affidabile per decidere cosa produrre, quando venderlo, dove investire e persino a che ora lavorare.
Naturalmente, gli effetti non hanno tutti lo stesso segno. Groupe Seb ha venduto in Europa il 30% di ventilatori in più a giugno rispetto a un anno prima.




