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Cosa succede se gli arabi del Golfo tagliano gli investimenti da noi?

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Siamo così concentrati su Hormuz, e sugli approvvigionamenti di energia, da dimenticare che molti paesi del Golfo arabico-persico hanno smesso da tempo di essere “soltanto quello”: cioè fornitori di gas e petrolio. Una delle storie di maggior successo degli ultimi anni è stata la diversificazione delle loro vocazioni. Arabia saudita, Emirati, Qatar, Kuwait e gli altri, hanno saputo dotarsi di altre fonti di reddito oltre all’energia fossile: a cominciare dalle fonti rinnovabili, e poi la logistica, la finanza e l’immobiliare, l’intelligenza artificiale e i data center. Infine, e dal nostro punto di vista soprattutto, hanno ingigantito il loro ruolo come investitori globali. I milanesi ne sanno qualcosa, vista la presenza di capitali arabi nel nuovo quartiere di CityLife. Lo stesso vale per i grattacieli di Hudson Yards a Manhattan. In quanto alla Borsa di Wall Street: l’azionariato di Big Tech e di molte altre società quotate ha visto crescere la presenza dei fondi sovrani del Golfo. Adesso che accadrà, dopo la guerra (per ora breve) e la tempesta geoeconomica di Hormuz?

Prima di azzardare previsioni, una precisazione è d’obbligo. Non bisogna parlare dei paesi arabi del Golfo come se fossero un mucchio indistinto. Né tantomeno… un mucchio di macerie. Anche

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