
Dopo una straordinaria carriera da calciatore è rimasto a Trigoria, mettendo la sua esperienza al servizio del club. A cui ha portato in dote parecchi milioni, giustificando per intero il compito che gli è stato assegnato in tutti questi anni
Quante volte abbiamo parlato, spesso invocandole, delle bandiere nel calcio? Giocatori in grado di rappresentare anche plasticamente il senso d’appartenenza, di identificarsi con i tifosi, di fare da ponte tra passato, presente e futuro. Un concetto che, a volte anche strumentalmente, i dirigenti hanno piegato a loro favore, per una questione semplicemente d’immagine. Un ruolo, a volte svuotato di altri contenuti, di semplici ambasciatori. Quello che invece non ha mai rappresentato Bruno Conti, anzi brunoconti tutto d’un fiato, che in questi giorni ha annunciato, senza riuscire a trattenere le lacrime, il suo addio alla Roma dopo 53 anni trascorsi tra campo e scrivania. Una notizia che, schiacciata tra le indiscrezioni di mercato e gli echi del campionato del mondo, è passata un po’ sotto traccia. E che invece, capiremo anche il perché, ha rappresentato – nell’ultimo mezzo secolo, è proprio il caso di dirlo – quasi un unicum. Perché di esempi così, anche in giro per il mondo, ce ne




